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«Gli spazi sociali sono le fabbriche del possibile, luoghi “comuni" della produzione e della circolazione del sapere, luoghi contemporanei del conflitto sociale, arcipelaghi metropolitani della libertà. Non fortini assediati, ma nodi in cui si allacciano le reti di un mondo a venire. Non luoghi chiusi, ma esplosione di stelle che spacca la notte di un mondo divorato dalle passioni tristi. Attraversarli è intravedere il futuro».
Se dovessimo fare una breve sintesi dell'evoluzione dei centri sociali in Italia, saremmo costretti per forza di cose a fare i conti con un passato ormai diventato storia. Ma forse questo non è il momento più adeguato per farlo, i tempi sono cambiati e con essi la società, il modo di produrre e, naturalmente ..il conflitto continua! Possiamo perciò ripartire dal presente assumendo la memoria come identità collettiva e, senza ricadere nei rigidi schemi del dogmatismo ideologico, descrivere l'esperienza del c.s.o.a. ex-mattatoio, intrecciandola con le grandi epocali trasformazioni che stiamo vivendo in questo momento di passaggio in cui esplode l'economia delle reti e della finanza, il lavoro si è trasformato, la fabbrica fordista perde centralità e la produzione si diffonde nel tempo e nel territorio metropolitano, fino a confondersi con la vita stessa, in poche parole con la GLOBALIZZAZIONE. Noi siamo nuovi, ma in fondo quelli di sempre! A Genova nell'estate del 2001, cuore del conflitto contro l'impero che si riuniva il G8, arriviamo convinti di aver interpretato queste trasformazioni e di essere ancora un punto di osservazione privilegiato per la costruzione locale di pratiche di resistenza e di alternativa alla globalizzazione neoliberista. Quelle giornate sono state molto importanti, non solo per noi, ma anche per tanti altri che non si sono mai arresi alla rassegnazione, e incarnando un nuovo protagonismo, hanno deciso di disobbedire in prima persona alle regole dettate dai pre-potenti della terra. Abbiamo trovato nei Social Forum quel contenitore appropriato dove condividere e socializzare con altri nuove pratiche e i nuovi conflitti, un luogo in grado di poter raccogliere le nuove generazioni, corpo centrale e vivo dei movimenti che, per loro stessa condizione, non si fanno più ingabbiare nei rigidi schematismi dell'organizzazione politica tradizionale (sindacati o partiti che siano), in quanto sfuggenti e spesso invisibili. Dal Luglio 2001 inizia in tutta Italia una stagione di ripresa e diffusione dei conflitti sociali, dal movimento studentesco a quello sindacale, da quello dei migranti alle prime lotte dei lavoratori della new economy, ma l'11 settembre dello stesso anno mette in crisi questa potenziale e incontrollabile esplosione. La guerra globale e permanente si intensifica con gli eserciti americani e inglesi che occupano prima l'Afganistan e poi l'Irak e il governo italiano è naturalmente fra i primi a dichiarare “guerra al terrorismo" e a partecipare all'invasione. Illegale è la guerra, non chi vi si oppone! Nasceva la consapevolezza che manifestare la sola opposizione etica contro la guerra non era più sufficiente, ma che era necessario contrastare direttamente il sistema neoliberista in ogni sua espressione: l'università veniva occupata, i distributori di carburanti e il cuore nevralgico del commercio locale erano oggetto di continue azioni di boicottaggio diretto, manifestazioni oceaniche (come quella del 20 marzo 2003 a Roma) in cui erano sanzionate le banche e le imprese di guerra e infine l'occupazione dei binari su cui viaggiavano i treni diretti alle basi NATO e USA in Italia con il loro carico di morte. La capacità di tenere insieme l'azione locale e territoriale con la necessità di costruire movimenti direttamente su scala globale portano il nostro centro sociale ad essere un punto di riferimento locale delle grandi contraddizioni esplose a Seattle. Si chiude definitivamente una fase politica e si apre il primo ciclo di lotte globali, il ciclo degli assedi ai summit dei potenti, dei controvertici, della ripresa del conflitto sociale. Contemporaneamente sale alla ribalta un nuovo soggetto protagonista di queste lotte: il precariato metropolitano. La flessibilità, se autodeterminata, può essere uno strumento di libertà, ma oggi essa assume tutto il suo carattere negativo perché imposta dai tempi e dai modi della produzione neoliberista. Il lavoro ha una doppia valenza: di fatica, sfruttamento, noia da una parte, ma anche di desiderio, autorealizzazione, autonomia. Emerge con una certa costanza che il lavoro desiderato è di tipo cognitivo e creativo, ma che i tempi e i ritmi imposti precarizzano l'esistenza. W San Precario! E' contro il mito della piena occupazione che si manifesta sotto forma di ricatto e non di garanzia che combattiamo, i vecchi diritti anche quando sembrano essere irrinunciabili, non riescono a contenere interamente le nuove esigenze della società in trasformazione, ce ne vogliono di nuovi che prendano vita dal conflitto, dal rifiuto delle regole e dalla diserzione di massa dai modi di agire del capitalismo moderno in poche parole nuovi diritti che nascono da un poderoso processo di autorganizzazione dal basso. Per questo pensiamo sia giusto lottare per un reddito di cittadinanza garantito per non vivere più nell'incertezza e nell'incubo della flessibilità non garantita, occupare e liberare case contro la speculazione illegittima di piccoli proprietari o grosse holding immobiliari, autoridurre la spesa in centri commerciali e ipermercati per contrastare l'aumentare continuo del costo della vita, diffondere e autogestire saperi (come libri, musica e film) e conoscenze (autoformazione, e software open source) che devono essere universalmente scambiabili, riproducibili e condivisibili. E' da questo nuovo immaginario condiviso che nasce la nostra esperienza, spesso difficile da tenere rinchiusa nelle quattro mura di un centro sociale. Un'esperienza cresciuta e valorizzata dalle differenze che abbiamo incontrato nel nostro cammino. Non siamo un fenomeno marginale né minoritario, il nostro pensiero non è debole, la differenza per noi assume un valore produttivo potente. Non ci limitiamo a esprimere la nostra opposizione al modello uniformizzante del neoliberismo perché al tempo stesso siamo in grado di produrre organizzazione, di liberare tempo e articolare resistenze! |